“La grande abbuffata” di Pasquetta: dove mangiare significa ritrovare il senso della comunità

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Crisi o non crisi, è una tradizione che non si ferma nemmeno quando il cielo è nuvoloso, figurarsi in una bella giornata di sole come quella di oggi. La Pasquetta (o, per meglio dire, Festa del Lunedì dell’Angelo che incontra le donne che si recano al Santo Sepolcro), permette di recuperare un antico senso della comunità attraverso quello che le persone educate chiamano “pic-nic”, ma che il nostro idioma più dissacratorio (e assai più efficace) classifica con un lessico più tipico: lo schiticchio. O scampagnata, che dir si voglia. Carbonella e griglia al centro del mondo, nell’apoteosi di un momento immancabile, soprattutto dalle nostre parti. È il giorno di Pasquetta, quello in cui si organizza la prima delle tre “scampagnate comandate” offerte dal calendario prima dell’estate (gli altri due giorni sono il 25 aprile, Anniversario della Liberazione dal nazifascismo, e il primo maggio, Festa del Lavoro). Lo schiticchio è il rito già esaltato, in qualche maniera, dalla narrazione della “Grande abbuffata”, anche se rispetto al film di Marco Ferreri, pur mangiando come se non ci fosse un domani l’obiettivo finale è l’esaltazione della vita. Un appuntamento pagano, che si svolge preferibilmente all’aria aperta, nel suggello di quello schiticchio che lo scrittore Andrea Camilleri definisce atto di pacificazione generale, con una gran mangiata collettiva di rigatoni al sugo di porco e agnello al forno con patate innaffiati da interi barili di vino. Sullo sfondo c’è il rito della mangiata, con tutto quello che attorno ad essa si può immaginare, con un ruolo da protagonista recitato anche da Bacco, che innaffia sguardi malandrini e risate gioiose, barzellette sporche e urla di bambini festanti e, infine, perfino qualche simbolo della modernità, come il Karaoke o gli inni di Carnevale a volume più alto della sfilata di febbraio. Inutile dire, infine, che Pasquetta non è certamente una festa per animalisti.