“Meno metropoli e più paese”, di Michele Benfari

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Abbiamo ricevuto e pubblichiamo volentieri un articolo di Michele Benfari.

“Ho fatto tanti mestieri. Quasi tutti mi hanno lasciato dentro una passione. Quella che non vive più nei meati e nei grovigli sanguigni di molti giovani “contemporanei”. Sembriamo davvero destinati, come riporta su La Repubblica Palermo di qualche anno fa Tano Gullo che intervista Manlio Sgalambro, “ad affondare perennemente perché non c’è nessun punto di arrivo, come l’isola di Ferdinandea”? Sembra “Un elemento di destino…”, dice ancora. In effetti Sgalambro con la saggezza e l’acume che lo contraddistinguevano, negava una “patria” ai siciliani. Lui stesso, pur amandola perdutamente, non vi appartiene più. Come non dargli ragione se ogni giorno assistiamo inermi alle incursioni dei nuovi barbari che oltraggiano città, paesi, coste, montagne, dolci panorami. In Sicilia mia il senese Cesare Brandi, facendo il periplo di Levanzo in barca negli anni ‘70, viene avvertito dai pescatori che “tra poco sarà realizzata una strada per recarsi dal piccolo borgo ad una grotta…” Qui bisogna far voti perché questa stupidissima strada non venga mai fatta, scrive Brandi, “dove la via del mare è cosi bella e suadente, dove il sentiero di terra, seppur faticoso, non è poi da fare in cordata”. E’ questa la via da seguire? Niente progresso quindi? Poniamoci una domanda. Ma oggi a cosa somigliano le nostre città? Forse a Pentesilea, la città dal nome di donna che esplode al di là dei confini della propria cinta muraria e, onnivora, onnipervasiva, invade tutto quello che incontra davanti a sé. Nel finale de Le città invisibili, Italo Calvino ne descriveva i sobborghi “sparpagliati, ovunque come un pigmento lattiginoso”, i confini slabbrati: la città è periferia di se stessa, il suo centro è in ogni luogo. Ricorda moltissimo gli incubi di certi filosofi: come la Cosmopoli di Oswald Spengler, “colosso mondiale disgiunto dalle potenze della natura” e isolato dal suolo da una pavimentazione d’asfalto; o l’immenso “paesaggio da cantiere” in cui Ernest Junger riconosceva l’impronta del passaggio dell’Operaio sulla Terra. Ma non si tratta del parto della fantasia visionaria di uno scrittore, né dell’affresco preveggente del più insonne dei critici della modernità. Parliamo invece di un paesaggio fin troppo familiare, quello della metropoli contemporanea, che si presenta nei suoi tratti – tanto più inquietanti, quanto più reali – nella ricognizione disincantata di un uomo di scienza: uno studioso del territorio. E tuttavia la città tardomoderna, cosi come la descrive Alberto Magnaghi nel Il progetto locale, conserva tutte le caratteristiche di quelle profetiche prefigurazioni: la perdita del centro, l’espansione indifferenziata di un’immensa periferia, l’uniformità (spesso coincidente col brutto!), l’astrattezza di un ambiente ormai del tutto sganciato dal paesaggio naturale.

Non più “invisibile”, la Pentesilea di Calvino è l’odierna città diffusa, scoppiata, la ville éclatée di cui è sempre più arduo definire i confini e che si allarga fino ad avvolgere a rete il globo terracqueo. Identica e ubiqua, essa si riproduce a ogni latitudine secondo lo stesso clone. Il prezzo più alto di questa evoluzione è l’inesorabile cancellazione del territorio, sepolto dalle “protesi tecnologiche”, ignorato nelle sue bellezze peculiari, appiattito nella sua profondità spaziale: dalle viscere della terra al cielo. L’effetto più eclatante è il degrado ambientale, che non è solo rottura dell’equilibrio biologico, bensì anche malessere estetico e sociale: il brutto dialoga col bello peggiorando le condizioni di vita dei cittadini che, ob torto collo, sono divenuti abitanti di “non luoghi” (le città di plastica, le città di cemento, le piazze telematiche, i giardini finti…) e ai quali è stata sottratta la terra sotto i piedi. A che pro le denunce, i dibattiti, le tavole rotonde se le risposte coincidono con una sequela innumerevole di azioni correttive quali divieti, vincoli, tasse, oppure impiego di termovalorizzatori, marmitte catalitiche, depuratori, benzine pulite, motori euro 6, che intervengono solo a contenere lo sviluppo che è di per sé la causa del degrado?

Alla luce di queste considerazioni, il senso dell’analisi di Magnaghi non è quello di dipingere scenari catastrofici, né tanto meno di esprimere “un pensiero antiurbano, antimoderno, ruralista”. La sua disamina conduce piuttosto a un’ipotesi costruttiva, propositiva. A un progetto tutto impostato sul concetto di “locale”, oggi vero terreno di scontro e oggetto di attenzione da parte di globalisti, secessionisti, nazionalisti, federalisti. Il “locale”, spiega Magnaghi, non è il piccolo per il gusto del piccolo: è piuttosto quella dimensione, indipendente dalle proporzioni geografiche, in cui torna ad essere valorizzata la qualità peculiare dei luoghi, in cui viene ripristinata la cura di un territorio che presenta caratteristiche, fisionomie e risorse culturali. Appunto, l’attenzione a questa particolarità rappresenta il passaggio fondamentale per instaurare una feconda cultura delle differenze, un “multiverso di stili”, e per dare luogo ad un nuovo radicamento. Ma in primo luogo, occorre formare i soggetti della politica locale: occorre che esistano gli abitanti, attualmente espropriati da ogni decisione sul proprio territorio. L’autoriconoscimento, la capacità di ripensarsi attraverso una riconquistata sapienza ambientale è condizione irrinunciabile di un avveduto autogoverno delle società locali. Tutto ciò si farà solo se avremo il coraggio di riappropriarci della passione per la bellezza e della nostra vita, come di una verità che ha nuova luce”.

Michele Benfari