“Non sono razzista ma…”: infuria il dibattito sui social dopo l’ennesimo sbarco

Puntuali come un orologio svizzero, si moltiplicano i commenti sui social a seguito dell’ennesimo approdo a Sciacca di migranti. Approdo che si inquadra nell’ambito di quelli che qualcuno si ostina a definire “sbarchi fantasma”, malgrado questi fantasmi siano fatti di carne, ossa e dignità. La cosiddetta “rotta tunisina” ha già registrato almeno una mezza dozzina di arrivi, ai più “indesiderati”, per non dire “indesiderabili”. E così è scattato il festival dei commenti più o meno xenofobi, con punte di violenza verbale inaudita, soprattutto se espressione di pensieri rivolti da essere umano ad essere umano. Del tipo: “Bruciateli”, “Affondateli”, “Uccideteli” e via discorrendo. Perché all’immigrato si attribuiscono le colpe di tutto: “vengono qui, ci tolgono il lavoro, stuprano le nostre donne, sono criminali, sono avanzi di galera, puzzano, portano le malattie”. Da cui: “Disinfettate gli autobus”, “Siamo in emergenza”, “Non se ne può più”. Non piace nemnmeno il linguaggio giornalistico. Da qui addirittura i “rimproveri” sulla definizione corretta: non “migranti” ma “clandestini”. L’accezione è quella che deve mettere in risalto l’aspetto illegale della loro presenza sul territorio nazionale. Ma sono tante le cose che non si conoscono. A partire da una legge, quella in vigore, la Bossi-Fini, che fa acqua da tutte le parti, e perfino il più “politically correct” del mondo non può negarlo. Ma quello che viene fuori è comunque un sentimento di intolleranza e di insoddisfazione, che non tiene conto del fatto che molti degli ultimi “clandestini” vengono qui perché a permetterglielo è anche la geografia. In realtà sono diretti in vari paesi europei, non vogliono restare qui Ma l’insoddisfazione confligge con il principio dell’accoglienza, dove il cattolico è intransigente quando deve contestare le Unioni Civili, mentre non lo è più quando si deve evitare che la gente muoia in mare. Contraddizioni dell’era moderna. dove si inserisce perfino l’evoluzione filosofica dell’invidia del cellulare. Non piacciono, in particolare, i richiedenti asilo (a Sciacca ce ne sono alcuni) che vanno in giro con gli auricolari e il telefonino. Come se, essendo nordafricani, non dovessero disporre di supporti tecnologici. L’importante, però, è che tutte qusete considerazioni si aprano con la più tradizionale delle premesse: “Non sono razzista ma…”