Commenti. Belìce 50 anni dopo: a confronto Storia e Memoria. Da Goethe ai cugini Salvo: conoscere per crescere. A cura dell’arch. Paolo Ferrara

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C’è il 15 gennaio 1968, con il terremoto.

C’è il 15 gennaio 2018, con l’anniversario dei 50 anni dal terremoto.

C’è, tra le due date, un ampio arco temporale di “fatti” e di “memoria”.

C’è che lo Stato, come primo aiuto ai terremotati, elargisce biglietti ferroviari di sola andata per il Nord.

Già il 20 gennaio 1968, circa trentamila siciliani (comunque al lordo della “normale” migrazione) erano transitati da Roma Tiburtina. In gran parte profughi del terremoto. Lo dice il Ministero dell’Interno: Comunicazione n. 15 del 06.febbraio.1968. Si vedano gli archivi della Protezione Civile, nata nel 1982 solo dopo altri due disastrosi terremoti: Friuli 1976 e Irpinia 1980.

C’è il collegamento tra il viadotto Rampinzeri di Partanna e l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo.  Una normalissima strada costruita negli anni ’70. Costò circa un miliardo e 200 milioni di lire del tempo, pari oggi a circa tre milioni e 200 mila euro. Non si tratta del costo complessivo, ma di quello per km. Follia.

C’è il Piano Urbanistico Comprensoriale n.4, redatto negli anni ’70 per pianificare la ricostruzione di una parte del territorio della Valle del Belìce (comprendente dieci Comuni, circa 100mila persone). La Procura della Repubblica di Palermo scoprì che il Piano era stato falsificato, sostituendo alcuni documenti originali con altri che cambiavano le destinazioni d’uso delle aree su cui sarebbe stata attuata la ricostruzione. Il tutto a esclusivo vantaggio della triade  politica-mafia-costruttori edili.

In quegli anni, già ben collaudata con il “sacco di Palermo”, la corsa del sistema politico/mafioso agli appalti era in piena attività.

C’è Vito Lipari, sindaco di Castelvetrano. Nei suoi cassetti aveva una copia dei due Piani: quello “vero” e quello “falsificato”. Fu ucciso il 15 agosto 1980.

C’è Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana. Era stato lui ad aprire il caso dei due Piani,“vero” e “falsificato”, volendo fortemente scoprire chi avesse avuto interesse nel sostituirli; nel mentre, la magistratura accertava che quello “falsificato” aveva, oramai, soppiantato quello “vero”. Fu ucciso il 6 gennaio 1980, otto mesi prima del sindaco di Castelvetrano.

C’è il costo dell’esproprio dei terreni da utilizzare per la ricostruzione. Un dato eloquente degli anni ‘70: dai previsti 2 miliardi e mezzo di lire si era arrivati a 21 miliardi. Fu questo l’unico capitolo di spesa su cui la Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita nel 1979, per la quale non vi erano anomalie o infiltrazioni mafiose rispetto l’iter della ricostruzione, non poté fare a meno di ammettere che si trattava di un “dato oggettivamente strano”.

C’è la Diga Garcia. Qui la stessa Commissione parlamentare d’inchiesta non evidenziava, per la sua costruzione, “…apparenti anomalie nell’appalto dei lavori”. “Apparenti”, appunto.

C’è Mario Francese, che della Diga Garcia fece uno dei suoi cavalli di battaglia. La sua grande inchiesta ne comprovò, denunciandole, le infiltrazioni mafiose e le collusioni politiche. Mario Francese fu ucciso nel 1979.

C’è Danilo Dolci, che lottò pacificamente per il popolo siciliano. Aveva lasciato Trieste, la civilissima Trieste, per trasferirsi a Trappeto, nella Sicilia arretrata degli anni ’50. La sua quarantennale battaglia per il popolo siciliano può essere simboleggiata con la data del 25 marzo 1970, giorno del suo epico appello trasmesso da Radio Libera Partinico; la prima radio libera italiana, per le leggi del tempo, fuorilegge. Appello che così iniziava: “Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza”. Ventisei ore di trasmissione, con accuse esplicite a chi stava lucrando sui fondi destinati alla ricostruzione e con la denuncia della situazione disastrosa in cui vivevano le popolazioni della Valle. Per quella trasmissione radio fu arrestato.  L’irruzione della Polizia fu armi in pugno. Poi, negli anni a seguire, fu ostracizzato dai mafiosi e inascoltato dai politici. Tre volte candidato al Nobel per la Pace. Nel 1989 Dolci sarà insignito del Premio Gandhi. Al suo funerale, nel 1997 a Trappeto, pochi amici. Nessun politico.

C’è tutto un mondo di figure elevatissime a condividere e appoggiare le battaglie di Dolci: Italo Calvino, Erich Fromm, Bertrand Russell, Giorgio La Pira, don Milani.

C’è il suo Piano per la Ricostruzione del Belìce, redatto con Bruno Zevi. Si trattava di un approccio assolutamente innovativo, basato sulla “pianificazione dal basso”, che significa pianificare il territorio (dunque, il sistema città/territorio) direttamente con chi dovrà abitarlo e rendere proficuo. Sarebbero dovute nascere le “città-territorio”, cioè l’insieme dei paesi terremotati ricostruiti in sinergia, che li coinvolgesse reciprocamente nel loro essere parte di un sistema industriale / turistico / terziario. Il Piano nasceva sulla base delle dirette istanze delle popolazioni, basate sulla richiesta occupazionale che sfruttasse le risorse del territorio, fermando il flusso migratorio. Non se ne fece nulla. Anzi: si addossò -con dolo- alle popolazioni la volontà di non attuarlo.

C’è la “coppia Salvo”, i cugini Ignazio e Nino Salvo. Su dei loro terreni, posti in contrada Salinella, fu deciso dall’alto (ISES) di ricostruire Gibellina. Terreni salmastri, intrisi d’acqua, inutili all’agricoltura, inutilizzabili per qualsivoglia destinazione, ma perfetti per i cavalieri della speculazione. I cugini Salvo incassano miliardi (dell’epoca), ringraziano e brindano.

C’è Carlo Alberta Dalla Chiesa, che nel suo rapporto del 23 marzo 1971, conferma chiaramente la collusione mafiosa dei cugini Salvo, rimarcandone il loro potere politico legato a filo doppio alla Democrazia Cristiana. Dalla Chiesa muore assassinato nel 1982.

C’è Pio La Torre che, nel 1976, ribadisce quanto già detto da Dalla Chiesa: i Salvo tengono in mano le redini politiche del trapanese e, dunque, sono i primi riferenti della mafia. Mafia a quel tempo impegnata appieno nella ricostruzione del Belìce. Pio La Torre muore assassinato nel 1982, pochi mesi prima di Dalla Chiesa.

C’è l’Autostrada Palermo – Mazara del Vallo. Il suo tracciato, identificato quale panacea di tutti i mali, nuova via dello sviluppo e della rinascita del Belìce, fu la motivazione ufficiale per ricostruire Gibellina Nuova ai suoi margini. La possibilità di arrivarvi direttamente sarebbe stato il valore aggiunto all’idea di sviluppo del territorio. E’ così che si trasla Gibellina sui terreni dei Salvo, “casualmente” adiacenti all’autostrada. Peccato però che mancasse del tutto qualsivoglia “idea di sviluppo”. Tranne quella della speculazione.

C’è, dunque, Gibellina Nuova, nata sui terreni dei cugini Salvo; e c’è chi in essa vede il simbolo della “rinascita del Belìce”. Vi si arriva dall’Autostrada Palermo – Mazara del Vallo; vi si entra passando sotto la Stella di Consagra, detta “la porta del Belìce”. Il sindaco Ludovico Corrao, durante l’inaugurazione, la definì “simbolo della capacità della gente del Belìce a fare sopravvivere la memoria della cultura, a dispetto dei tentativi di cancellarla”. Per adesso è solo simbolo degli sprechi.

C’è, sulle opere d’arte e sulle architetture di Gibellina Nuova, la firma di Burri, Consagra, Cascella, Mendini, Ungers, Samonà, Pomodoro, Schifano, Barna, Paladino, Quaroni, etc. In ambito culturale, Gibellina Nuova è considerata quale “museo a cielo aperto”.

C’è il sindaco Ludovico Corrao, fautore della Gibellina d’arte. In più occasioni avrebbe poi fatto ricorso alla magistratura per denunciare la cattiva esecuzione dei lavori di costruzione delle abitazioni e, soprattutto, delle opere pubbliche.

La sinergia terreno acquitrinoso-salmastro (dei Salvo) / cattiva esecuzione dei lavori (delle imprese colluse con la mafia) dà un solo risultato: carenza della qualità del nuovo, che si trasformerà in assoluto danno economico.

C’è la triade Graci, Rendo, Costanzo. Già Cavalieri del Lavoro, nel Belìce diventano quelli dell’Apocalisse, arrivando da Catania per costruire Gibellina Nuova. C’è, sin dalla fine della loro costruzione, la manutenzione da fare alle opere pubbliche costruite nel post terremoto. Sono opere sovradimensionate, inutilizzate, e poi degradate, trascurate. I soldi che ancora oggi servono a manutenerle sono tanti, troppi. A fondo perduto.

Ci sono gli architetti, alcuni dei quali hanno fatto assurda sperimentazione sulla pelle dei belicini. Gibellina Nuova  e Poggioreale quale campo di applicazione di teorie urbanistiche assurde, totalmente fuori contesto. Architetti che hanno costruito la loro fama sui bisogni primari dei belicini, attenti solo alla loro brama di successo professionale e accademico. Vergogna, professionale e accademica.

C’è Don Antonio Riboldi, che definiva Gibellina Nuova non un “museo a cielo aperto” bensì simbolo dei luoghi in cui “si è rubato a cielo aperto”. Don Riboldi aveva ragione. Don Riboldi fu fatto Vescovo di Acerra. Promoveatur ut amoveatur.

C’è Santa Margherita di Belìce, ricostruita ex novo. Gli edifici sono antisismici.  Dopo 50 anni: molti senza ancora gran parte del sistema fognario e delle opere di urbanizzazione.

C’è Sciacca, che del Piano Città/Territorio di Dolci e Zevi era elemento centrale. Descriveva Zevi: “ La città-territorio delle valli del Belìce, Carboj e Jato si fonda su tre capisaldi: tre aeroporti […], tre porti industriali e turistici, Castellammare a nord, Sciacca a sud e quello peschereccio a Mazara. Per il traffico veloce: […], a sud la Sciacca-Mazara. Poi, anche la verticale Castellammare-Sciacca , attrezzata. Una dorsale a questa si collega poi, presso Enna, all’autostrada Palrmo-Catania”. Il sistema città-territorio prevedeva insediamenti industriali e turistici. Sciacca ne sarebbe stato uno dei cardini, collegata direttamente con Palermo, Trapani, Catania. Cinquant’anni sprecati anche per Sciacca.

C’è che le inchieste sul “sacco del Belìce” non hanno mai dato alcun frutto. Trapani, Sciacca, Palermo, Marsala, Agrigento le Procure che aprirono circa una trentina d’inchieste. Nulla di fatto.

C’è Johann Wolfgang von Goethe, che il 21 aprile 1787 dormì nel Belìce. Si svegliò nella notte e, racconta, vide “…una stella di tale bellezza come mi pareva di non averne mai vedute”. Fu solo al mattino che capì che l’effetto di quella stella era dovuto al filtrare della luce da un buco nel tetto. I “buchi” diventeranno tradizione nella gestione della ricostruzione.

C’è che da cinquant’anni la popolazione del Belìce si sveglia sotto una brutta stella. Non si tratta della Stella di Consagra, Porta del Belìce. E’, invero, la stella della scellerata gestione delle risorse e della (volutamente) mancata pianificazione per trarre reale profitto dalle risorse stesse. Risorse economiche, risorse naturali; risorse umane, soprattutto.

C’è che alcune tratte ferroviarie che da Palermo, e sino alla costa sud occidentale, avrebbero portato nel Belìce turisti e merci, furono chiuse nel 1984. C’è che nessun politico, governante o meno che fosse, s’indignò della cosa. Anzi, la propugnò.

C’è qualcosa di peggiore: nessun politico, attualmente in attività, fa battaglie per la riapertura e il potenziamento delle linee ferrate.

C’è che, nel frattempo, lo Stato ha incassto circa 8 miliardi di euro dalle accise per il Belìce, ma per il Belìce ne ha spesi 2 di miliardi.

C’è, l’idea di Costruire Bellezza. Nonostante tutto.

C’è chi crede fermamente che il Belìce abbia saputo creare “eccellenze” a dispetto dello Stato assente, che non ha fatto quel che avrebbe dovuto. Poche “eccellenze”, per pochi. Che non riescono comunque ad arginare l’emigrazione dei giovani. Che non riescono a creare “vera economia”. Che non riescono a ottenere le strade, le ferrovie, i servizi, così da dare ancora più forza alle proprie scommesse, al proprio coraggio.

C’è la Storia, che sta nei fatti. I fatti sono che Agrigento e Trapani sono tra le provincie più povere d’Italia, sia per reddito che, soprattutto, per servizi. E la disoccupazione naviga a vele spiegate.

C’è la Memoria, che sta nei ricordi. I ricordi sono quelli di una popolazione formata da agricoltori e pastori, di donne vestite perennemente a lutto, di fotografie di luoghi diroccati; delle baraccopoli in condizioni oltre il limite della decenza umana.

C’è Albert Einstein e la sua la legge sulla relatività. In pillole. Il “tempo” è relativo: un’ora trascorsa in piacevole compagnia passa velocemente; un’ora trascorsa in poco piacevole compagnia passa molto lentamente. Inconfutabile: un’ora è sempre un’ora. E’, dunque, la sua qualità che ne rallenta o allunga la percezione.

C’è che Cinquant’anni dal terremoto sono oggettivamente tanti. Per il Belìce, secondo la teoria di Einsetin, infiniti. Cinquant’anni sarebbero solo “memoria” se il tempo trascorso fosse stato proficuo, lasciandoci così solo il ricordo della tragedia. I cinquant’anni trascorsi dal terremoto sono, purtroppo, ancora  “storia” poiché i fatti sono ineludibili: la ricostruzione non è ancora finita. “Ricostruzione” non solo fisica degli edifici, delle strade, dei servizi. Soprattutto, “Ricostruzione” del futuro della popolazione. Ricostruzione dell’ “anima delle persone”, come la definisce Tanino Bonifacio.

C’è chi crede nei “fatti” e c’è chi vive di “memoria”. La differenza è sostanziale. Oggi, dopo il Presidente Mattarella, dopo la giusta, dovuta commemorazione della memoria, ripartire dai molti, brutti, squallidi e penosi “fatti”, è conditio sine qua non per lasciarseli alle spalle, e renderli -finalmente- “memoria”.

Costruire bellezza morale per edificare quella materiale.