Sciacca, città delle Terme. Ovvero, quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini!

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sulle Terme di Sciacca a cura dell’architetto Michele Benfari.  

“Il popolo romano sfogava tramite Pasquino, la più famosa statua parlante di Roma, il proprio disappunto denunciando ingiustizie e prepotenze sia della curia romana sia delle famiglie patrizie. Ebbene, fra le diverse «pasquinate» divulgate nel Seicento figurava proprio questa frase satirica, indirizzata a Papa Urbano VIII Barberini e ai membri della sua famiglia per gli scempi edilizi di cui si resero responsabili: questi, in virtù delle cariche e dei poteri ottenuti, fecero danni alla città, maggiori di quelli che avrebbero potuto esser causati da un’invasione barbarica. In uno degli episodi più tristemente famosi, papa Urbano VIII nel 1625 fece asportare e fondere le travature bronzee del pronao del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo”.

Ebbene, Sciacca, Thermae Selenuntinae per i greci, Acquae Labodes per i romani e Ash-Shaqqah, termine evocativo di liquide sonorità per gli arabi, da circa due anni, per effetto di una concausa di avvenimenti, molti dei quali riconducibili alla politica regionale nefasta ed insipiente dell’ultimo decennio, sembra galleggiare nel limbo dantesco: luogo dimenticato, come il mondo dell’irrealizzato per sempre, senza gioia e senza pena.

Di queste acque portentose (le salso-solfo-bromojodiche) e delle “stufe miracolose”, ne scrive Diodoro Siculo nel I secolo avanti Cristo, nella sua Storia Universale e, 1600 anni dopo, più puntualmente, il primo geografo-topografo del tempo, Tommaso Fazello (Sciacca, 1498 – Palermo, 1570) nella sua opera De rebus siculis decades duae: una grotta di rara suggestione che fa galoppare la fantasia in una felice sintesi di natura e artificio, tale da giustificare ampiamente la grande fama di cui godettero le terme di Sciacca in epoche lontane, certamente più conosciute in quel tempo che, ahimè, ai nostri giorni.

Ma le cavità carsiche nel dedalo di grotte del monte Kronion, così denominato dai romani perché connesso al culto di Kronos, anche se relegate all’oblio, esalano costantemente vapori e flussi d’aria calda che si disperdono negli innumerevoli meati del massiccio calcareo di monte San Calogero; quest’ultimo, monaco domenicano itinerante proveniente da Costantinopoli, ebbe virtù taumaturgiche e fu grande dispensatore non solo di salute fisica ma anche di morale, qui, come a Termini Imerese e a Lipari.

Insomma, la storia di Sciacca e delle sue terme coincidono. Nel lungo periodo che va dal Medioevo all’ottocento, in cui diventa complessa la ricostruzione del termalismo, un’imponente letteratura di idrologi, geografi, storici e viaggiatori stranieri e italiani, attesta l’interesse e la fama di cui sempre ha goduto Sciacca, intrecciata al fenomeno vaporoso e alle sue acque termali.

Ma il termalismo a Sciacca, malgrado i pregevoli interventi architettonici degli anni cinquanta del secolo scorso, non ha dato la volata al turismo raffinato e colto che, paradossalmente, veniva invece intercettato dai popoli che l’hanno dominata per millenni. La vallata che da Monte San Calogero degrada sino al mare blu del canale di Sicilia, oggi è disseminata da un coacervo di villette unifamiliari senza identità architettonica e il dolce declivio verde rappresentato da Jean Houel nei suoi prestigiosi disegni di viaggio, una volta popolata da semplici case strettamente legate alla dimensione agricola e rurale, è stata violentata dalla mano dell’uomo certamente più criminale di qualunque altra catastrofe. Tutto insieme ammassato impudicamente, in una sorta di appiattimento temporale dove passato e presente finiscono ineluttabilmente col mescolarsi: pietre del Neolitico e anche del III millennio, mischiate a tonnellate di cemento armato, a strade senza uscita, a perenni cantieri mai ultimati. Ora, le acque benefiche e salutari

sono state, dopo anni di corsa folle verso l’edificazione selvaggia, cooptate da migliaia di “pozzi neri” che, con molta probabilità, hanno contaminato le falde superficiali, laddove saraceni e altri popoli incursori non ebbero ragione.

E cosi, malgrado le innumerevoli ricerche speleologiche del Club alpino italiano della seconda metà degli anni cinquanta, dirette in tempi diversi da Giulio Perotti e dall’archeologo Santi Tinè, tese a stabilire la presenza dell’uomo in epoca preistorica e la vita all’interno delle grotte nel periodo neolitico (V-IV millennio a.C.), assistiamo, inermi, all’ultimo capitolo di una disfatta scritta con consapevole determinazione.

La burocrazia regionale, spalleggiata da una politica di bassissimo cabotaggio, sembra non essersi accorta dell’immenso e inquantificabile danno arrecato alla città di Giulietta normanna, dei Perollo e dei Luna, di Guglielmo Peralta sposo di Eleonora d’Aragona, di Tommaso Fazello, del celebre botanico Gerardo Noceto, del mecenate catalano Antonio Pardo, del maiolicaro Nicola Lo Sciuto, del pittore Mariano Rossi, con i suoi mirabolanti affreschi a Villa Borghese…

Sciacca e le sue terme tramontano. Una nuova pagina dovrà essere scritta da nuovi mecenati della bellezza. Questo immenso patrimonio idrotermale e architettonico (che tutto il mondo ci invidia) non può più essere appannaggio di una classe dirigente pavida e ignorante, in uno, di chi l’ha ridotto al punto in cui ci troviamo. E’ una questione che non appartiene più agli Enti pubblici che sin ora l’hanno (mal) gestita. Le Terme ritroveranno la loro ragion d’essere soltanto quando al loro rifiorimento parteciperanno uomini coraggiosi e competenti che sapranno riscoprire l’enorme opportunità che è stata tale per duemila anni e, per questo, non serviranno istruzioni per l’uso; la rinascita ascolterà la voce del cuore, quella che crea tumulto e scariche di adrenalina, quella che guida la mente di chi non si annoia a trovare il significato delle cose e la soluzione giusta anche per le “storie” che sembrano perdute.