E’ scontro giudiziario tra Santino Di Matteo, ex boss di Cosa nostra e collaboratore di giustizia, e la sua ex moglie Franca Castellese insieme al figlio Nicola. Al centro del contenzioso, pendente davanti al tribunale civile di Palermo, vi è il risarcimento di circa un milione di euro riconosciuto per l’assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo, secondo figlio della coppia, sequestrato e ucciso dalla mafia negli anni Novanta. La prossima udienza è fissata per maggio.
Secondo quanto riferito da Di Matteo in un’intervista al quotidiano La Repubblica, l’uomo sarebbe stato escluso dalla ripartizione del risarcimento.
«Prima mi ha tradito lo Stato, ora la mia famiglia», ha dichiarato il collaboratore di giustizia, che ha deciso di citare in giudizio i suoi familiari per far valere le proprie ragioni.
La vicenda riporta alla memoria uno dei delitti più efferati della storia mafiosa. Giuseppe Di Matteo fu rapito all’età di 12 anni e tenuto prigioniero per 779 giorni.
Il sequestro fu organizzato da un commando mafioso guidato dal boss Giovanni Brusca. I rapitori si finsero uomini della Dia e prelevarono il bambino da un maneggio, dicendogli che lo avrebbero condotto dal padre, che nel frattempo aveva avviato la collaborazione con la giustizia ed era stato trasferito in una località protetta.
L’obiettivo di Cosa nostra era chiaro: costringere Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni. Ma il collaboratore continuò a fornire informazioni agli investigatori e, come tragica ritorsione, il bambino venne strangolato e il suo corpo sciolto nell’acido.
«Non fu colpa mia – ha ribadito Di Matteo – feci quella scelta per dare un futuro migliore ai miei figli».



