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25 anni senza Giovanni Falcone: siciliano giusto nel drammatico spartiacque della storia d’Italia

La storia è fatta di spartiacque, quelli che separano il “prima” e il “dopo”. La data del 23 maggio di venticinque anni fa coincide con uno di questi momenti. Pur di uccidere Giovanni Falcone Cosa nostra non esita a far saltare in aria un tratto dell’autostrada Mazara del Vallo-Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci. Insieme al magistrato simbolo della lotta alla mafia, muoiono la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. È l’acme della nuova strategia della tensione che la criminalità organizzata ha adottato, attraverso attentati più che dimostrativi, nell’ambito di una lotta serrata contro quei servitori dello Stato che più di altri avevano capito finalmente quali fossero le porte giuste da abbattere alla ricerca dei mafiosi. Servitori dello Stato che hanno nomi eccellenti: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I quali hanno un’intuizione straordinaria: istruire il maxiprocesso alla mafia, grazie alle rivelazioni del primo vero pentito, Tommaso Buscetta. Dal punto di vista giuridico anche il maxiprocesso è uno spartiacque della storia italiana. Lo dimostra anche il fatto che gli omicidi eccellenti e le autobombe cominciano a susseguirsi pochi mesi prima di Capaci, dopo che il pronunciamento delle sentenze. E, d’altronde, la revisione di quelle sentenze è, non a caso, il primo punto di quel celebre papello di Vito Ciancimino, quel documento contenente la piattaforma delle richieste della mafia allo Stato nell’ambito della presunta trattativa, tuttora oggetto di procedimenti giudiziari. Falcone non ebbe solo i mafiosi come nemici. No, ne ebbe anche tra i politici, ovviamente. Ma la cosa tragica è che di nemici Falcone ne ebbe anche tra i suoi stessi colleghi. Alcuni dei quali, nella migliore delle rappresentazioni possibili della miseria umana, furono accecati dalla gelosia per i successi investigativi conseguiti da Falcone, nella peggiore delle ipotesi dovevano impedirgli di andare avanti, nel quadro del retaggio di rapporti inconfessabili e l’azione di poteri forti contro quegli stessi successi investigativi. Giovanni Falcone non c’è più da 25 anni. Il suo cuore si fermò poco dopo l’esplosione su quel tratto dell’A29. Da 25 anni la Sicilia e il Paese interno devono fare a meno di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. I loro insegnamenti, però, sono ancora vivi. A condizione però che la memoria trovi sempre le ragioni per rinnovarsi.

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