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Commenti. Sciacca “Città per parti”. 1: Il Nucleo antico. A cura dell’architetto Paolo Ferrara

Prosegue, sul nostro sito, l’analisi della situazione paesaggistica di Sciacca da parte dell’architetto Paolo Ferrara. 

Nel primo intervento su Risoluto.it abbiamo definito Sciacca “città per parti”, formatesi nel corso del tempo a causa delle diverse antropizzazioni / espansioni susseguitesi. Le abbiamo definite “parti” poiché sono assolutamente slegate tra loro, situazione chiaramente visibile osservando la carta topografica o le foto satellitari, nelle quali è identificabile la soluzione di continuità tra i diversi tessuti edilizi che esse compongono. Sinteticamente, possiamo così individuarle: 1) Nucleo Antico Nucleo Marinaro + zona di espansione post bellica dell’area tra Via Kronio-Via Mazzini e Via Cappuccini-Rione F.lli Bandiera; 2) Perriera; 3) Isabella – Sant’Antonio; 4) espansione costiera di Via Lido-Tonnara-Foggia; 5) Ferraro; 6) espansione a macchia di leopardo delle zone CarboneSan Marco. Presentano tutte “residenza stanziale”, con il risultato che chi abita in quelle che non offrono i servizi quotidiani (su tutti: scuole, uffici, negozi) si riversa in altre ove trovarli, creando stati caotici sia nel traffico automobilistico sia nella possibilità di usufruire dei servizi stessi, soprattutto nel caso del “Nucleo Antico”, strutturalmente non consono a sostenere la congestione che subisce. Si tratta di “parti anchilosate di città” che, a esclusione del Nucleo Antico, sono frutto della mancata pianificazione degli specifici servizi primari e delle infrastrutture d’interconnessione tra esse, strumenti fondamentali per renderle “organi vitali del sistema-città”. A fare da elemento separatore (leggasi “soluzione di continuità”) tra le “parti” sono le “aree residuali”, così definite poiché, rimaste estranee alla crescita della città, sono state lasciate in stato di semi abbandono. Riassumendo: Sciacca è “città per parti”, ciascuna delle quali, causa le proprie carenze, assume lo status di “parte anchilosata” poiché non è autosufficiente e, di conseguenza, non può essere “organo vitale del sistema-città”, con il risultato di rendere quest’ultimo assolutamente mediocre.

Iniziamo con il “Nucleo Antico”, che è la magna pars del “sistema-città Sciacca”, spesso denominata in modo inappropriato “Centro Storico”. In realtà, con quest’ultima locuzione si dovrebbe intendere non solo l’agglomerato architettonicamente pre-moderno, bensì tutta la città, anche quella che si è sviluppata con criteri cosiddetti “moderni”, e ciò poiché il concetto di “storico” non esclude a priori il “nuovo / moderno”.  Infatti, se ciò che è “moderno” (etimo derivante dal latino: “or ora”, “poco fa”) non può ovviamente essere “antico”, può però essere “storico”; ad esempio, coerentemente al concetto sopra espresso, parlando di “Centro Storico” di Sciacca dovremmo includervi anche il quartiere INA Casa, edificato sull’asse dell’attuale via Cappuccini/Rione Fratelli Bandiera nella prima metà degli anni ’50 del XX secolo. Progettato da Giuseppe Samonà, si tratta di esempio “storico” della progettazione architettonica del secondo dopoguerra, basata sul linguaggio che, secondo la ricerca del grande architetto siciliano, coniugava le istanze razionaliste con quelle organiche. Come sappiamo, la Via Cappuccini non è però comunemente considerata “Centro Storico”, e ciò fa capire quanto sia importante intendersi sul perché sia preferibile usare la locuzione “Nucleo Antico”.

Il “Nucleo Antico” è la parte più consolidata nella storia di un qualsiasi insediamento urbano, reso “unico” dall’insieme dei valori che nel tempo ha ricevuto e -a sua volta- generato; valori di cui è documento, dal quale è possibile “leggere” le origini e la storia della città. Quello di Sciacca, nel corso della seconda metà del XX secolo, è stato depauperato di parte del suo valore, con azioni che hanno colpito il “tessuto edilizio minore”, inteso quale insieme dell’edificato i cui manufatti non presentano particolarità architettoniche, ma il cui valore sta proprio nel loro essere continuum volumetrico/spaziale (esempio  lo sono il tessuto edilizio del quartiere della Marina e quello tra la Chiazza e San Michele). Nel nostro “Nucleo Antico” abbiamo assistito non solo alla sostituzione del singolo edificio parte del tessuto edilizio (nuovo edificio costruito sul sedime del preesistente) ma anche al vero e proprio abbattimento parziale dello stesso tessuto per far posto a edifici a reddito (si vedano i palazzi di Piazzetta Inveges, Piazza Lombardo/Viale della Vittoria, Via San Paolo alla marina, Via Valverde, Via Incisa, Piazzetta Matteotti, Piazza A. Scandaliato/bar Scandaglia, etc.).  Alcuni edifici sono stati costruiti financo sulle Mura storiche o in luoghi di pregio, perpetrandone il vero e proprio sfregio (piazza Carmine, Porta San Calogero/chiesa del Giglio) se non, addirittura, la scomparsa (giardino preesistente di Palazzo San Giacomo Tagliavia). E seppure abbiano avuto diversa genesi (non speculativa, bensì popolare), le case a ridosso delle Mura che da Porta San Calogero scendono sino al Castello Luna, portano al medesimo risultato: la perdita di valore dell’elemento antico o anche storico/artistico preesistenteDovremmo qui approfondire il concetto dell’inserimento del nuovo nell’antico, ma considerata l’importanza culturale del tema, si affronterà compiutamente in un successivo intervento. Per adesso, limitiamoci a dire che -nella maggior parte dei casi- le nuove costruzioni a reddito nate -dagli anni ’60 del XX sec.- in sostituzione di parte del tessuto antico di Sciacca, non hanno alcuna valenza architettonica poiché non sono state progettate basandosi sulla riconnessione al tessuto preesistente nel quale, invero, sono state calate in modo a-contestuale (del significato di “contesto” abbiamo parlato nel primo intervento). E’ bene chiarire che per riconnessione non s’intende che gli edifici nuovi dovessero fare il verso all’antico (sarebbero stati feticci, così come lo sono gli arredi urbani in stilema fine XIX sec., disseminati per la città), bensì che, nella loro esplicazione “tridimensionale”, non si ponessero quali assolute cesure del tessuto preesistente, sottraendo valori al “Nucleo Antico” e alla sua “quadridimensionalità spaziale”. Ma quali sono questi “valori”?  Ne possiamo indicare tre principali che, generandone a loro volta altri, rendono specifico qualcosa: valore di antichità, valore di storicità, valore di artisticità. Esemplificando, possiamo prendere a prestito il tavolo della bisnonna recuperato in soffitta, che avrà in sé il valore di antichità poiché oggetto pensato e costruito in una determinata epoca e per una determinata funzione; non è però detto che sia anche portatrice del valore di storicità: se fosse oggetto uguale ad altre migliaia, non avrebbe nulla di storico di cui fregiarsi poiché sarebbe “documento” comunque reperibile anche se andasse distrutto.  Viceversa, sarebbe documento storico se, ad esempio, fosse l’unico di una specifica tecnica costruttiva (avrebbe il valore di unicità documentale); lo sarebbe anche se, pur essendo uguale ad altre migliaia, a essa si fosse seduto, appena dieci minuti fa, per firmare la sua ultima enciclica, Papa Francesco: il valore di storicità, infatti, non necessità di essere datato nel tempo. Ciò vale anche per il valore di artisticità: può averlo anche un’opera appena terminata (la Gioconda di Leonardo o Guernica di Picasso furono immediatamente “opere d’arte”). In sintesi, il valore di antichità non presuppone quello di storicità e, tantomeno, quello di artisticità. E’ solo nel valore di artisticità che, automaticamente, se ne trova un altro: quello di storicità.

Torniamo al “Nucleo Antico” di Sciacca. Come leggerlo? Che valori racchiude? Indubbio: è portatore di valori di storicità poiché è “documento” delle diverse epoche temporali, marcate dal modus vivendi della società saccense, proprio di ciascuna di esse nelle diverse epoche, e dalle stratificazioni / addizioni che quel modus ha comportato. E’ certamente portatore anche di valori di artisticità. Un esempio per tutti è il Palazzo Steripinto. E’ tra i pochissimi “testi” che esprime la plasticità del bugnato a punta di diamante, tecnica non diffusissima che, oltre al valore di antichità, gli conferisce lo status di documento artistico poiché soggetto a lavorazione di finitura di grande pregio. Altresì, è documento storico fenomenale perché, seppure coevo del più noto Palazzo dei Diamanti di Ferrara, attraverso il proprio “linguaggio” lo Steripinto scrive una storia diversa: non ha alcuna finestra al piano basso-rialzato e presenta la merlatura in sommità; si tratta di elementi che ci dicono che fu pensato per trasmettere il messaggio di edificio introspettivo, quasi difensivo, tipico della società medievale. Di contro, “leggendo” il Palazzo dei Diamanti ci accorgiamo che esprime tutt’altro: le grandi finestre che si trovano già al piano rialzato e la presenza di un cornicione al posto della merlatura, rappresentano tipici elementi dei palazzi rinascimentali, ove lo scopo prettamente difensivo (inverato nell’introspezione) era oramai completamente sparito. Dunque, in entrambi i coevi antichi “testi” di architettura, il valore di storicità si coniuga con il valore di artisticità, dandoci la possibilità, attraverso la loro lettura, di conoscere quale fosse, nella stessa epoca, lo status socio-politico di due distinte, lontanissime, città. Innumerevoli sarebbero gli esempi a testimonianza dell’assoluto valore del “Nucleo Antico” di Sciacca quale “documento storico/artistico”, status che non gli è conferito solo grazie dai  “monumenti” ma anche dal  tessuto di edilizia minore, che è  il vero “organismo vitale” del “Nucleo Antico”, quello costituito dalle abitazioni civili e dalle attività produttive e commerciali susseguitesi nella storia. Ed è culturalmente entusiasmante l’impossibilità di uniformare a un solo linguaggio architettonico l’eterogeneità del rapporto tra “monumenti” e “tessuto edilizio minore”. Valga per tutti l’esempio del rapporto tra le chiese di San Nicolò la Latina e di Santa Caterina, che non parlano la stessa lingua architettonica (né, più banalmente, hanno caratteri tipologici/compositivi simili) ma che, essendo elementi in assoluta relazione e in sinergia con il tessuto di edilizia minore, sono indispensabili l’una all’altra per la chiara lettura del “contesto” e, dunque, per la comprensione dei valori del “testo Nucleo Antico”. Per capire velocemente: osservando la chiesa di Santa Caterina ponendosi nel verso della salita, sembra quasi che la mole verticale/simmetrica della sua facciata sia stata ruotata per lasciare continuità visiva verso la chiesa di San Nicolò la Latina, percettibile longitudinalmente (anche se deturpata nella sua tridimensionalità dall’edificio che le hanno addossato) partendo dall’abside, e sino al Castello Luna (di cui si vede la torre circolare), il tutto con la fondamentale presenza del tessuto di edilizia minore che è elemento fisico/spaziale di connessione tra i citati monumenti. Risulta chiaro che ciascuna delle emergenze architettoniche citate ha valore in sé non solo per le proprie fattezze storico/artistiche, ma soprattutto perché ciascuna è parte del “testo Nucleo Antico” che, se letto attentamente, ci racconta la storia della città.   

La ricchezza del Nucleo Antico e la sua rigenerazione. Tutto quanto detto ci porta ad affermare che la vera ricchezza del nostro “Nucleo Antico” è la formidabile discontinuità spazio-temporale/dimensionale dei percorsi che in esso possiamo vivere. Sarebbero innumerevoli gli esempi di cui è impregnato, ma ne faremo uno molto semplice. Dalla Piazza Scandaliato, ponendoci verso Via Roma, è perfettamente visibile la chiesa di San Michele, la qualcosa invera così la continuità quadridimensionale del “Nucleo Antico”, fatta dalla mancanza di simmetrie castranti: partendo dalla Piazza potremo raggiungere la chiesa di San Michele tramite molteplici percorsi, ciascuno dei quali avrà la propria particolarità storico/artistica; poi, dalla chiesa di San Michele potremo fare altrettanto per raggiungere Porta Palermo, la Villa Comunale, il Nucleo Marinaro, etc., vivendo storia, arte e scorci paesaggistici diversi. Non crediamo di sbagliare affermando che il vero cuore del “Nucleo Antico” sia individuabile nel tessuto urbano che sta tra la Chiazza – Santa Caterina – Castello Luna – San Michele; basti dire che, del suo sviluppo complessivo, circa un 1/3 è formato da essa, nata e sviluppatasi non certamente a misura d’automobile, ma formando un perfetto continuum del tessuto edificato che, quale risultante, ha lasciato  a cielo aperto le sole aree funzionali al raggiungimento delle abitazioni: strade,  vicoli, piccoli slarghi, scalinate, cortili, che sono tutte “volumetrie spaziali” assolutamente organiche a quelle dell’edificato. Insomma, abbiamo un vero gioiello. Stabilito che il “Nucleo Antico” di Sciacca è di grandissimo valore storico/artistico, sarebbe però un grave errore considerarlo “parte” da conservare sottovuoto, da mummificare. Piuttosto, si deve cercare di capire quali possano essere gli obiettivi da perseguire per rigenerarlo, e la condizione fondamentale per fare ciò è considerarlo in termini “contemporanei”: solo così la sua tutela potrà essere “attiva”, arrivando a trasformare l’attuale crisi in valoreCrisi che è la conseguenza del fatto che il “Nucleo Antico” è vissuto solo parzialmente sia dai saccensi sia dai turisti che restringono il campo della loro visita principalmente nell’area della città antica che si struttura sugli assi di Via Licata e di Via Vittorio Emanuele, confluenti a Porta Palermo e alla Villa Comunale. Va da sé che la trasformazione di questa “crisi” in “valore” si avrà solo quando si prenderà atto che la “tutela attiva” non ha nulla a che vedere con il noioso mantra “riqualificare”, che, tra l’altro, non significa ripavimentare, inserire opere in ceramica fini a sé stesse, installare lampioni “in stile” XIX sec., bensì “attivare” le potenzialità di tutto il tessuto del “Nucleo Antico”, tramite attività consone allo stesso, funzionali a soddisfare le istanze della contemporaneità, soprattutto quelle legate alle potenzialità turistiche (la “Chiazza” è esempio calzante: non è stata solo “riqualificata”,  bensì “tutelata attivamente”). Lo abbiamo detto: la grande potenzialità del “Nucleo Antico” di Sciacca sta nella possibilità di potere percorrere tutto il suo ambito tramite innumerevoli direzioni, con percorsi eterogenei e non statici, non obbligati. Bisogna partire da qui. Il primo obiettivo deve essere quello di rendere attivi questi percorsi tramite la loro fruibilità, intesa quale possibilità di vivere esperienze assolutamente diverse sia dal punto di vista storico/culturale (conoscenza dei luoghi e della loro storia) che da quello sensoriale (bellezza dei luoghi, degli scorci prospettici, etc.). Si pensi, ad esempio, a creare un percorso didattico che racconti il “Caso di Sciacca”, attraverso le architetture a esso inerenti; un altro che riguardi la sequenza di nascita degli edifici religiosi, così da ricostruire attraverso essa la storia della città e, contemporaneamente, conoscere i singoli edifici nella loro specificità architettonica, ciascuna propria della sua epoca. E ancora: un percorso che racconti la cinta delle antiche mura; un altro ancora che, invece, attraverso la conoscenza dei palazzi nobiliari, racconti la vita della classe dirigente/governante nel corso dei secoli; un altro che racconti la quotidianità della vita secondo l’unità di vicinato che si svolgeva nei cortili e che ha improntato gran parte della storia della società di Sciacca (ciò è tanto vero che Samonà la considerò il vero humus della storia sociale di Sciacca, riprendendone i significati nel già citato quartiere INA casa); Ovviamente, accanto a tutto ciò ci deve essere il supporto di attività commerciali/artigianali che siano fisiologiche al funzionamento del sistema. Il “Nucleo Antico” è pieno di edifici semi abbandonati che potrebbero ospitare attività commerciali e culturali. Si dovrebbe procedere al loro censimento, per poi pianificare iniziative di finanziamento atte a consentire ai proprietari di rimetterli in sesto così da rigenerarli tramite l’immissione delle attività suddette, incentivandole attraverso agevolazioni economiche ai proprietari o con la concessione a terzi della proprietà senza il versamento di canone per un determinato arco temporale, ma con l’obbligo di risanare l’immobile. Si toccano qui argomenti certamente complessi ma che possono certamente essere gestiti con il coinvolgendo (da parte degli amministratori comunali) di professionalità (commercialisti, economisti, imprenditori) che abbiano le capacità e le credenziali per redigere i piani finanziari, atti a verificare la fattibilità dell’iniziativa. Altro tipo di professionalità, quali gli architetti e i tecnici della materia, dovrebbero essere coinvolte per verificare la possibilità del risanamento degli edifici, da attuare, però, non solo tecnicamente ma anche con i giusti criteri architettonici (siano essi di “restauro conservativo che di “ex novo in termini contemporanei”). Ciò permetterebbe di evitare il proliferare del “fai da te” che, sulla scorta della credenza che “classico” significhi “elegante”, crea feticci camuffati da falso “richiamo” alla tradizione, feticci di cui il nostro “Nucleo Antico” è zeppo. Dunque, è necessario renderlo attivo senza escludere a priori l’immissione di architettura contemporanea di alto livello, certamente più consona al significato di “innovazione della storia” di quanto non lo siano i vari palazzetti assolutamente anonimi che, posti nello stesso sedime, hanno sostituito la preesistenza  con risultati disastrosi. Sono, infatti, sorte banali volumetrie, connotate dal trionfo di rivestimenti in pietra o in granito del basamento (fa elegante…), tapparelle, serramenti in alluminio in finto legno (se non, addirittura, anodizzato), tettoie in prefabbricato, chiusura di balconi con “strutture precarie”, mobiletti per caldaia e, dulcis in fundo, gli immancabili tubi di scarico dei bagni posti in facciata, quest’ultima a volte mai completata e lasciata con l’intonaco a vista. E’ una situazione di cui, oltre al “Nucleo Antico”, è vittima anche il “Nucleo Marinaro”, la qualcosa deve far prendere coscienza che non basta immortalare Sciacca in immagini suggestive, finalizzate a corredare i depliants, perché poi, una volta sul posto, si vivranno quei luoghi in tutte le negatività tipiche del degrado e della trascuratezza. Ovviamente, la rigenerazione del Nucleo Antico non può prescindere dall’utenza che ne usufruirà e che, altrettanto ovviamente, dovrà potervi arrivare. Entra qui in gioco l’argomento della mancanza dei parcheggi, chiamato sempre in causa allorquando si parla di vivibilità del “Nucleo Antico”. Crediamo però che ci sia una cecità di fondo rispetto a questa tematica, alla quale ci si ostina a legare  la “crisi” del “nucleo Antico”: non nascono (o non si sviluppano) attività commerciali perché non si sa dove parcheggiare.

La realtà è più semplice di quanto si pensi:  basterebbe prenderne atto il “Nucleo Antico” non ha alcuna possibilità di sopportare/supportare i grandi flussi di traffico motorizzato e che potrà ospitare parcheggi (adeguati per capienza) usufruendo di quelle aree oramai dismesse o di quelle residuali, che sono praticamente ai suoi margini. E’ dunque necessario un approccio “contemporaneo” al problema, il che significa prendere atto che le infrastrutture moderne di parcheggio (multipiano, interrati o fuori terra) sono fisiologiche per rendere, nuovamente, il “Nucleo Antico”  “organo vitale del sistema città”; Vanno assolutamente inserite ove possibile farlo, ovviamente previo approfondito studio che verifichi che la nuova infrastruttura non sia dannosa, bensì apporti valore e renda “attiva” la tutela del “Nucleo Antico”, entro cui può -senza alcun dubbio- ottimamente inserirsi “architettura contemporanea”, attraverso innesti che siano di supporto allo stesso, rigenerandolo nella sua essenza: essere organo vitale del “sistema-città”.

 

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