Non servono percosse, minacce o aggressioni fisiche per configurare il reato di maltrattamenti in famiglia.
Impedire sistematicamente alla propria compagna di parlare, esprimere opinioni o manifestare il proprio pensiero costituisce violenza domestica a tutti gli effetti.
A stabilirlo è la Corte di Cassazione, che con una recente sentenza ha tracciato un confine netto tra la normale conflittualità di coppia e la violenza psicologica penalmente rilevante.
Con la sentenza n. 1287 del 13 gennaio 2025, la Cassazione Penale (Sezione VI) ha respinto il ricorso di un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia, chiarendo un principio fondamentale:
👉 privare il partner del diritto di esprimersi equivale a una condotta vessatoria.
Secondo i giudici, non si può parlare di semplici litigi domestici quando:
La Corte distingue con precisione tra:
Il reato di cui all’art. 572 del Codice Penale si configura quando vi è:
La Cassazione individua alcuni indicatori chiave che permettono di riconoscere la violenza domestica anche in assenza di aggressioni fisiche:
Questi comportamenti, se sistematici, generano uno stato di prostrazione psicologica permanente, incompatibile con una relazione sana.
Nel procedimento esaminato, i giudici hanno ritenuto pienamente provata una situazione di sopraffazione continuativa ai danni della donna.
La difesa aveva sostenuto che:
La Corte ha chiarito però che:
Nel caso specifico erano presenti anche episodi di aggressione fisica, ma la Cassazione sottolinea un punto decisivo:
👉 la condanna per maltrattamenti si fonda soprattutto sulla violenza psicologica.
Impedire a qualcuno di parlare, annullarne costantemente le opinioni, ignorarne la volontà:
Una violenza spesso invisibile all’esterno, ma profondamente devastante per chi la subisce.
La decisione rappresenta un passaggio cruciale:
📌 In sintesi
Zittire il partner non è una lite di coppia: è maltrattamento.
La Cassazione lo dice chiaramente: la violenza non passa solo dalle mani, ma anche dal silenzio imposto.