La Corte Costituzionale ha messo un punto fermo su uno dei temi più controversi emersi durante l’emergenza Covid-19. Con la sentenza n. 199/2025, la Consulta ha dichiarato legittimi sia il Green Pass nei luoghi di lavoro sia l’obbligo vaccinale per gli over 50, chiarendo che, in presenza di una grave emergenza sanitaria, la tutela della salute pubblica può prevalere sul diritto individuale al lavoro.
La decisione assume rilievo generale perché definisce i criteri di bilanciamento tra diritti fondamentali quando è in gioco la sicurezza collettiva, offrendo indicazioni che potrebbero valere anche per il futuro.
Il caso all’origine della sentenza
La pronuncia nasce dal ricorso di due lavoratrici della Regione Sicilia, entrambe ultracinquantenni e con contratto a tempo indeterminato. Nell’autunno del 2021, in applicazione delle norme emergenziali, furono sospese dal lavoro e dalla retribuzione perché prive di Green Pass.
Con l’entrata in vigore del decreto-legge n. 1/2022, che ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli over 50, la situazione non cambiò: senza vaccinazione non era possibile ottenere il Green Pass rafforzato, necessario per accedere al luogo di lavoro. Le lavoratrici rimasero quindi assenti ingiustificate e senza stipendio fino al rientro in servizio, avvenuto nel maggio 2022.
Il giudice del lavoro di Catania, investito della controversia, ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale, ritenendo potenzialmente violati diversi diritti fondamentali.
Le norme esaminate dalla Corte
La Consulta è stata chiamata a valutare due disposizioni chiave:
- Decreto-legge n. 127/2021: obbligo di Green Pass base per accedere ai luoghi di lavoro pubblici e privati (15 ottobre – 31 dicembre 2021), con sospensione dalla retribuzione in caso di inadempimento;
- Decreto-legge n. 1/2022: introduzione dell’obbligo vaccinale per gli over 50 e conseguente necessità del Green Pass rafforzato dal 15 febbraio 2022.
Secondo le ricorrenti, tali norme avrebbero leso il diritto al lavoro, alla retribuzione, alla salute e alla dignità personale.
Perché la Consulta ha detto sì a Green Pass e obbligo vaccinale
La Corte Costituzionale ha respinto tutte le censure, ritenendo le misure ragionevoli, proporzionate e fondate su evidenze scientifiche disponibili al momento della loro adozione.
In particolare, i giudici hanno sottolineato che:
- gli over 50 erano statisticamente più esposti a forme gravi di Covid-19;
- la scelta di concentrare l’obbligo vaccinale su questa fascia d’età non è discriminatoria, ma risponde a criteri di protezione sanitaria;
- l’obiettivo era duplice: tutelare i soggetti più fragili e prevenire il collasso del sistema ospedaliero.
La Corte ha inoltre escluso violazioni dell’art. 32 della Costituzione, richiamando i pareri di AIFA e ISS sull’efficacia dei vaccini nel ridurre ricoveri e decessi, evidenziando come gli eventi avversi gravi siano risultati rari o molto rari.
Tamponi, dignità personale e libertà individuale
Un altro punto contestato riguardava l’obbligo di sottoporsi a tamponi periodici per ottenere il Green Pass base. Anche su questo aspetto la Consulta è stata chiara: il tampone non lede la dignità della persona, non comporta sofferenze significative e non implica alcun giudizio morale sul lavoratore.
Il disagio, secondo la Corte, è limitato e non può prevalere sull’esigenza di contenere la diffusione di un virus potenzialmente letale nei luoghi di lavoro.
Diritto al lavoro e obblighi di sicurezza
Il passaggio centrale della sentenza riguarda il rapporto tra diritto al lavoro e sicurezza sanitaria. La Corte ha chiarito che, in un contesto di emergenza sanitaria straordinaria, il diritto al lavoro non è assoluto e deve essere esercitato nel rispetto delle misure poste a tutela della collettività.
Green Pass e vaccinazione diventano così condizioni legali che integrano il contratto di lavoro. Chi sceglie di non adempiere a tali obblighi offre una prestazione non conforme, con la conseguenza che la sospensione dalla retribuzione non è una sanzione, ma l’effetto del principio di corrispettività: se la prestazione non può essere resa in sicurezza, viene meno anche il diritto allo stipendio.
Niente assegno alimentare per i sospesi
La Consulta ha ritenuto legittima anche la negazione dell’assegno alimentare ai lavoratori sospesi per mancato rispetto degli obblighi sanitari. Diversamente dai casi in cui la sospensione dipende da una scelta del datore di lavoro, qui l’impossibilità di lavorare deriva da una decisione personale e consapevole del dipendente, che non rispetta un obbligo di legge.
Una sentenza che fa giurisprudenza
La sentenza n. 199/2025 traccia un orientamento chiaro: in presenza di un’emergenza sanitaria temporanea e fondata su dati scientifici, il bilanciamento tra diritti può legittimamente pendere a favore della salute pubblica, anche a costo di comprimere il diritto al lavoro e alla retribuzione.
Non si tratta di una riscrittura della gerarchia dei diritti fondamentali, ma di una loro interpretazione dinamica, capace di adattarsi a situazioni eccezionali in cui la sicurezza di tutti diventa prioritaria.



