L’uscita dal lavoro a 67 anni potrebbe non essere garantita per tutti i lavoratori. In particolare, chi percepisce uno stipendio basso rischia di dover lavorare più a lungo per maturare il diritto alla pensione.
A chiarirlo è l’INPS con la circolare n. 6 del 30 gennaio 2026, che aggiorna i parametri contributivi e mette in evidenza un aspetto spesso sottovalutato: il livello di reddito incide direttamente sulla maturazione dei contributi.
Per accedere alla pensione di vecchiaia, attualmente fissata a 67 anni, è necessario soddisfare un requisito fondamentale:
Ma attenzione: non tutte le settimane lavorate vengono automaticamente riconosciute come “piene”.
Il nodo centrale riguarda il cosiddetto minimale di retribuzione.
Per il 2026, l’INPS ha stabilito che:
👉 Solo raggiungendo questa soglia, una settimana lavorativa viene conteggiata come settimana contributiva piena.
Se il reddito è inferiore a questa soglia, il meccanismo cambia:
Con uno stipendio di:
si maturano solo 39 settimane contributive l’anno, invece di 52.
👉 Risultato:
per raggiungere i 20 anni contributivi reali serviranno oltre 26 anni di lavoro.
Questo sistema può creare una situazione critica:
👉 Conseguenza:
la pensione a 67 anni può slittare.
Questo riguarda soprattutto:
È importante chiarire che questo meccanismo:
In particolare:
Dalla normativa emerge un effetto concreto:
👉 Questo crea una disparità reale nel sistema previdenziale.
Per non trovarsi impreparati, è fondamentale:
La nuova circolare INPS evidenzia un punto chiave:
👉 L’età pensionabile di 67 anni resta valida, ma non è più una certezza per tutti.