Una nuova decisione della Corte di Cassazione segna un punto fermo nella responsabilità sanitaria: l’ASL (o l’ospedale) deve risarcire il danno anche quando l’errore medico si somma a condizioni preesistenti del paziente. In altre parole, la fragilità del malato non può più diventare un “alibi” per ridurre o azzerare il risarcimento.
Il principio è contenuto nell’ordinanza n. 760 del 14 gennaio 2026, che richiama il concorso di cause: se una condotta sanitaria sbagliata contribuisce al peggioramento, il nesso causale non viene meno solo perché c’erano già fattori naturali o patologie pregresse.
Nel contenzioso per malasanità, una difesa ricorrente delle strutture sanitarie è questa: “il paziente era già compromesso, l’esito negativo sarebbe arrivato comunque”.
Con questa ordinanza, la Cassazione chiarisce che:
Il riferimento è al principio dell’equivalenza delle cause: ogni fattore che concorre a produrre l’evento dannoso rileva come causa.
La vicenda riguarda una bambina nata prematuramente, ricoverata subito dopo il parto. Durante la degenza avrebbe contratto due infezioni gravi, che hanno richiesto terapie antibiotiche aggressive. La minore ha riportato conseguenze importanti, tra cui una compromissione dell’udito con una invalidità permanente stimata intorno al 30%.
In primo grado e in appello, però, la richiesta di risarcimento era stata respinta: secondo i giudici di merito, l’immaturità del nervo acustico legata alla prematurità poteva essere una causa “assorbente” e non si riusciva a stabilire con certezza assoluta quanto avessero inciso le infezioni.
La Cassazione ribalta l’impostazione e distingue due piani:
1) Causalità materiale
Serve a capire se la condotta (errore/omissione) ha contribuito al danno. Se sì, il nesso causale c’è, anche se esistono concause naturali.
2) Causalità giuridica
Arriva dopo: serve a stabilire quale parte del danno è imputabile all’errore e quale si sarebbe verificata comunque per la condizione preesistente.
Il punto chiave è questo: il giudice non può dire “non si può quantificare” e quindi negare tutto. Deve invece procedere a una stima ragionata della quota risarcibile.
Quando non è possibile una misurazione “scientifica” precisa, la Cassazione indica due strumenti:
L’effetto pratico è forte: le strutture sanitarie non possono più “scaricare” tutto sulla fragilità del paziente. Anzi, proprio i pazienti più vulnerabili (neonati prematuri, anziani pluripatologici, malati cronici) ottengono una tutela più concreta: la loro condizione non riduce l’obbligo di cura, lo rende ancora più stringente.
Per ASL e ospedali, questo significa maggiore attenzione su: