La Legge di Bilancio 2026 interviene su uno dei nodi più critici del lavoro pubblico: i tempi di liquidazione del TFS e del TFR. Dopo anni di attese e rinvii, il Governo introduce una riduzione dei tempi di pagamento per una parte dei dipendenti pubblici in pensione. La misura, però, non è priva di effetti collaterali e divide sindacati e lavoratori.
Vediamo nel dettaglio chi riguarda la novità, quando entra in vigore e quali sono i pro e i contro.
Il Trattamento di Fine Servizio (TFS) spetta ai dipendenti pubblici assunti a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2000. Dal 1° gennaio 2001, invece, per i nuovi assunti è entrato in vigore il Trattamento di Fine Rapporto (TFR), che segue regole simili a quelle del settore privato, ma con tempi di erogazione decisamente più lunghi.
Il TFR rappresenta una quota della retribuzione accantonata nel tempo, che viene corrisposta solo alla cessazione del rapporto di lavoro. Nel pubblico impiego, però, la liquidazione è spesso differita di molti mesi, se non anni.
La novità principale riguarda i dipendenti pubblici che vanno in pensione per limiti di età o anzianità contributiva.
Dal 1° gennaio 2027, il termine per il pagamento della prima tranche di TFS/TFR scende da 12 a 9 mesi dalla cessazione del servizio.
La misura è stata introdotta per rispondere alla sentenza n. 130/2023 della Corte Costituzionale, che aveva sollecitato il legislatore a ridurre i tempi eccessivi di liquidazione delle indennità di fine rapporto nel pubblico impiego.
Secondo la Relazione tecnica alla Manovra, la riforma interesserà oltre 30.000 dipendenti pubblici che accederanno alla pensione di vecchiaia, con un impatto positivo anche sui conti dello Stato.
Restano invece invariati i meccanismi di rateizzazione, che continuano a penalizzare chi ha liquidazioni più elevate:
La riduzione dei tempi riguarda solo la prima erogazione, non l’intero importo.
Ed è proprio qui che emerge il principale lato negativo della riforma.
Riducendo i tempi di attesa sotto i 12 mesi, viene meno l’agevolazione fiscale introdotta dal decreto-legge n. 4/2019, che prevedeva una riduzione dell’imposta sul TFS/TFR in base al ritardo nel pagamento:
Con la nuova tempistica, lo sconto fiscale si azzera automaticamente. Secondo la CGIL, questo comporterà una perdita che può arrivare fino a 750 euro per singolo lavoratore, a seconda dell’importo della liquidazione.
Resta attiva la possibilità di chiedere un anticipo fino a 45.000 euro sul TFS tramite le banche, garantito dallo Stato. Tuttavia, questa opzione è diventata sempre meno appetibile a causa dell’aumento dei tassi di interesse legati al rendimento dei titoli di Stato.
In pratica, molti pensionati si trovano a pagare interessi elevati per ottenere in anticipo somme che spettano di diritto, una situazione che continua a sollevare forti critiche.
Altro elemento controverso è lo slittamento dell’entrata in vigore al 2027.
Chi andrà in pensione nel 2025 o nel 2026 non beneficerà della riduzione dei tempi, restando soggetto alle regole attuali.
Per questa platea di lavoratori, la riforma rischia di tradursi nell’ennesima promessa rinviata.
La Manovra 2026 introduce un accorciamento dei tempi di pagamento del TFS/TFR, ma solo per una parte dei dipendenti pubblici e solo a partire dal 2027. Il beneficio temporale è controbilanciato dalla perdita dello sconto fiscale, rendendo il vantaggio economico meno netto di quanto sembri.
Una misura che segna un passo avanti sul piano dei principi, ma che continua a lasciare aperto il problema strutturale della disparità di trattamento tra pubblico e privato nella liquidazione di fine rapporto.