Essere genitori ai tempi dei social: come proteggere i figli da fenomeni come “Jonathan Galindo”

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Non è facile essere genitori ai tempi del web e dei social network. Lo dimostrano i fatti: solo pochi giorni fa un bambino di 11 anni a Napoli si è suicidato lanciandosi dal decimo piano lasciando un biglietto di sole poche parole: “Mamma, papà vi amo. Ora devo seguire l’uomo col cappuccio nero”. Gli inquirenti stanno ancora indagando, ma si suppone che il piccolo si riferisse a Jonathan Galindo. un personaggio con una maschera somigliante a Pippo, l’amico del celebre Topolino della Walt Disney. Ma questo è solo un episodio tra tanti. Molti, infatti, si ricorderanno di un altro pericolo del web che si diffondeva solo qualche anno fa, la Blue Whale Challenge, una serie di sfide che imponevano alle giovani vittime atti di autolesionismo e che sono stata ipotizzate come causa di morte tra il 2017 e il 2019 di oltre 200 adolescenti.

Chi è Jonathan Galindo e perchè è pericoloso?

Jonathan Galindo è un misterioso personaggio che indossa una maschera somigliante a Pippo e un cappuccio nero che come nella Blue Whale Challenge adesca bambini e adolescenti per sottoporli a sfide sempre più pericolose.

L’adescamento avviene sui social più utilizzati da questa fascia di età, Tik Tok, Facebook e Instagram. Tutto pare abbia inizio con l’arrivo di un messaggio da parte di questo personaggio misterioso: “Vuoi giocare con me?”. Una volta agganciata la vittima gli viene proposta una sfida a 50 livelli, l’ultimo dei quali dovrebbe essere proprio il suicidio.

Per quale motivo i ragazzi accettano le sfide di uno sconosciuto

I motivi possono essere vari. La mamma di un compagno della vittima di Napoli ha raccontato alla testata giornalistica Il Messagero:

Il bambino era semplicemente in fuga da un pericolo. Probabilmente, già da mesi, non era l’unico tra i suoi compagni e amici di Napoli. Il primo episodio che mi è stato riferito risalirebbe al periodo del lockdown: una ragazzina, 14 anni da compiere, è stata contattata su Instagram. Ecco come.
«So dove abiti», Ma lei, sveglia anche perché di tre anni più grande, gli ha chiesto di indicare esattamente dove. Da quel momento, non è stata più importunata. L’altro episodio, appena un mese fa. A riferirlo un altro 14enne, che ha un fratello minore, coetaneo del bambino che è morto. Il più piccolo gli ha detto di essere stato contattato da Jonathan Galindo per sapere come comportarsi. Sempre su Instagram. Risposta? Di lasciare stare, di non perdere tempo con queste sciocchezze. Altro che sciocchezze. Quello che manca  è la concezione del pericolo tra i nostri ragazzi che non hanno pensato di dirlo
”.

La psicologa e psicoterapeuta Giulia Tomasi, in un’intervista su Ohga ha spiegato che “la manipolazione online avviene molto lentamente, per questo è più subdola e difficile da riconoscere. Prima c’è una sorta di grooming, in cui l’adescatore coltiva una pseudo-amicizia con la vittima; poi arrivano le richieste di portare a termine piccole sfide,di fare dell’autolesionismo piuttosto che altre piccole cose come stare sveglio di notte. Infine, il plagio: l’adulto si rivela adulto e inizia a minaccia il minorenne. Gli adescatori sono persone che magari ti dicono di aver installato un programma nel tuo computer che è in grado di sapere se dici una verità o una bugia; a esserne vittime sono anche gli adulti, spesso ricattati, completamente soverchiati dall’adescatore, tanto da non riuscire a vedere una via di uscita”.

Come proteggere quindi i propri figli?

Secondo la psicologa “in questi casi, per prevenire qualsiasi tragedia, bisogna conoscere gli amici virtuali del proprio figlio. Questo avviene anche nel mondo reale: è normale chiedersi con chi escano i nostri figli, chi frequentino, chi siano i genitori degli amici frequentati. Interessarsi del mondo virtuale è necessario, perché le ripercussioni nella realtà fisica ci sono. Non si tratta di diventare degli esperti di informatica, ma solo di porre delle domande relazionali semplici. Poi ci sono degli atteggiamenti in particolare, come la chiusura all’esterno, il fatto che il ragazzo diventi evasivo e sembri preoccupato: sono tutti sintomi per cui stare all’erta. I genitori non devono fermarsi davanti al “non voglio parlare” del figlio ma, senza essere troppo invadenti, devono fargli presente che sono sempre disponibili ad ascoltarlo e che, come genitori, lo amano a prescindere da tutto”.

Inoltre, per proteggeri i propri figli dai pericoli del web occorre imparare bene come funzionano le nuove tecnologie e sapergliele spiegare. Non basta privarli dell’accesso in rete, ma occorre accompagnarli in questo mondo spiegando passo dopo passo quali pericoli potrebbero incontrare e ricordando loro di condividere ogni paura e di avvisare nel caso in cui qualcuno li avvicini in rete.

Un atteggiamento troppo restrittivo potrebbe al contrario portare i ragazzi a ricercare ciò che è vietato altrove, quando sono fuori casa, in posti dove non possono essere controllati, e quindi protetti, dai genitori.