Castelvetrano. Fatture false, gran bazar cinese sequestrato dalla Finanza. Per l’accusa: sottratte allo Stato imposte per 1,4 milioni

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La Tenenza della Guardia di Finanza di Castelvetrano, su delega della Procura della Repubblica di Marsala, nella tarda serata dello scorso venerdì, ha eseguito un’ordinanza applicativa delle misure cautelari dell’obbligo di dimora e del sequestro preventivo nei confronti di un imprenditore di Castelvetrano, di nazionalità cinese, titolare di una ditta individuale che ha gestito un grande magazzino di prodotti cinesi e che è stato denunciato alla Procura di Marsala, all’esito di una verifica fiscale svolta dalla suddetta Tenenza, per aver sottratto a
ll’Erario imposte per oltre 1,4 milioni di euro.
L’imprenditore è accusato di essersi avvalso di quello che viene definito un collaudato sistema di frode fiscale connesso all’utilizzazione di numerosissime fatture per per azioni inesistenti emesse da 31 imprese “fantasma” aventi sedi dichiarate nei principali poli commerciali italiani, tra cui Roma, Milano, Napoli, Venezia e Prato.
Oltre 1100, infatti, sono i documenti “falsi” prodotti dalle predette “cartiere” e individuati dai
finanzieri nella contabilità della ditta individuale la quale, registrando costi fittizi, ha potuto
abbattere i grossi utili conseguiti nell’esercizio dell’attività commerciale.
Per l’anno d’imposta 2015, inoltre, l’imprenditore ha omesso completamente la
presentazione delle dichiarazioni fiscali obbligatorie occultando all’Erario redditi per oltre
1,7 milioni di euro. Il sistema fraudolento e le plurime condotte evasive hanno consentito all’impresa in parola di azzerare completamente le imposte da versare all
’Erario.
In “nero” anche la manodopera. All’interno dell’area commerciale di oltre 2.100 metri
quadrati, infatti, i finanzieri, all’atto dell’inizio della verifica fiscale, avevano individuato 4
commessi privi di qualsivoglia contratto di lavoro, mentre altri 7 ne erano stati scoperti in
precedenti controlli ispettivi. In tutto sono 32 le persone denunciate a vario tito
lo per emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione
fraudolenta mediante l’uso di fatture “false”, omessa presentazione delle dichiarazioni f
iscali obbligatorie ai fini dell’IVA e delle imposte sui redditi.
Ritenuti sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, attesa l’elevata
pericolosità fiscale del titolare della ditta individuale, il Giudice per le Indagini Preliminari,
su proposta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, ha disposto
l’obbligo di dimora per l’imprenditore beneficiario della frode fiscale e il sequestro di
denaro, beni e ogni altra utilità allo stesso riconducibili fino alla somma di 1.473.801,43
euro.
Tra i beni sottoposti a sequestro dai finanzieri vi è la stessa azienda, la cui gestione era
stata formalmente affidata ai familiari del principale indagato per mezzo di una società a
responsabilità limitata. Le quote sociali di quest’ultima e l’intero compendio aziendale
saranno invece ora gestiti da un amministratore giudiziario.
L’attività di servizio in parola testimonia l’efficacia dell’operato della Guardia di Finanza
nella sistematica attività di contrasto delle più insidiose frodi fiscali, allo scopo di
salvaguardare gli interessi dell’Erario e delle imprese e cittadini rispettosi delle regole.

Turriciano insiste anche in Tribunale: “Il Comune di Sciacca deve lasciare l’ex Motel Agip”

Si sta valutando la possibilità di un accordo transattivo tra la Terme di Sciacca spa e il Comune, ma il liquidatore delle Terme chiede il rilascio, subito, dell’ex Motel Agip.  Lo stesso liquidatore era presente al palazzo di giustizia per la conciliazione prevista nell’ambito della vicenda scaturita dall’atto di citazione per occupazione senza titolo dell’immobile che ospita il comando della Polizia Municipale, in via Figuli. La società evidenzia, in particolare, la mancata manutenzione dell’immobile che, invece, era prevista, da parte del Comune, quando è stato ceduto il locale in comodato d’uso. C’è anche una richiesta di risarcimento di 104 mila euro e, comunque, della somma che sarà stabilita dal giudice. Prima della decisione del giudice, Filippo Marasà, il passaggio riguardante la conciliazione ed è stato lo stesso Turriciano a fare sapere che il Comune vuole approfondire la possibilità di un accordo transattivo. La richiesta della Terme di Sciacca è rilascio dell’immobile e risarcimento. Problemi riguardanti le condizioni dell’ultimo piano dell’immobile, con distacco di intonaco dal tetto, negli ultimi anni, si sono verificati. “In ogni caso – dice Turriciano – il Comune dovrà dare tempi certi sul rilascio dell’immobile”.

I vincitori dello Sciacca Film Fest, premi speciali a Vittorio Bongiorno ed Eduardo Veneziano

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Si è chiusa ieri sera l’undicesima edizione dello Sciacca Film Fest. Nell’Arena Giardino del complesso della Badia Grande di Sciacca, si è tenuta la  cerimonia di premiazione.
Il momento della consegna dei Melqart, la riproduzione della statuetta fenicea in ceramica,  è stata presentata dalla giornalista Rosy Abruzzo. Le opere premiate sono state, per la sezione lungometraggio, “Tito e gli alieni” di Paolo Randi,  “Essere Gigione” di Valerio Vestoso, invece si è aggiudicato la sezione documentari, mentre per i corti, la giuria ha scelto ” La giornata” di Pippo Mezzapesa.
I giurati, hanno poi attribuito delle menzioni alle opere in concorso. Si tratta di “Eyes” di Laura Moraci tra i corti per la fotografia,  “Non è amore questo” di Teresa Giulia Sala per il coraggio. Si è aggiudicato invece, la sezione speciale “Altre identità” la pellicola “Eyes”.
Hanno ottenuto invece, il gradimento del pubblico che è stato chiamato a votare i film in concorso: il c orto: Fisolofia di Nicola Palmeri, il documentario ” Asocial” di Lucio Laugelli e il  lungometraggio: “Tito e gli alieni” di Paola Randi.
Premio Fijet a Angeli del Mare di Simone Gandolfo e “Miglior opera prima”, a “Buonanotte” di Caterina De Mata.
Il premio Fice Sicilia a “Greetings from Austin” di Vittorio Bongiorno. Premio del pubblico per evento speciale a Un baiano pirandelliano di Eduardo Veneziano.
Sino Caracappa, patron della manifestazione, ha espresso grande soddisfazione per la qualità delle opere presentate e per il lavoro eccellente svolto dai giurati.

Sciacca Pulita torna in azione dopo la pausa estiva

Il quartiere di San Michele e’ stato scelto da Sciacca Pulita per il primo intervento di bonifica dopo la sosta durante la stagione estiva. Rifiuti di ogni genere e anche lastre di eternit sono stati rimossi questa mattina dai volontari nell’area antistante il mattatoio fino alla vicina chiesetta di Sant’Onofrio. Critiche da parte dei volontari anche verso il Comune.

Il duo insolito Cortese e Bruno in concerto allo Sciacca Film Fest, piano e fisarmonica insieme col concerto “Hommages”

Sarà la musica di Accursio Antonio Cortese al pianoforte e Michele Bruno alla fisarmonica, nel concerto in duo “Hommages” a far calare il sipario stasera sull’undicesima edizione dello Sciacca Film Fest. Dopo la consueta cerimonia di premiazione del festival, durante la quale saranno assegnati i Melqart, la riproduzione in ceramica della statuetta fenicea che rappresenta il festival, stasera nell’Arena Giardino, l’insolito duo ripercorrerà una variegata serie di successi dal pop, al soul, al jazz, riproposti in modo singolare. Il progetto è nato con lo scopo di omaggiare, come recita il titolo, diversi artisti  che hanno lasciato il segno, da David Bowie a Pino Daniele, Luigi Tenco, Micheal Jackson, i Beatles, Mozart, Morricone, i Queen, Fabrizio De Andrè e tanti altri, reinventando la musica con la maestria dei due musicisti saccensi.

Si chiude stasera lo Sciacca Film Fest, speciale omaggio nel 70° de “Il nome della legge” di Pietro Germi

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Ultima giornata dello Sciacca Film Fest che si chiude stasera con la consueta cerimonia di premiazione.Questa sera la giuria delle tre sezioni in concorso terminerà i lavori per la valutazione delle opere.  Riceveranno un Melqart il vincitore di ogni singola sezione: lungometraggi, corti e documentari. La giuria è composta da, per la sezione lungometraggi e documentari, il regista Antonio Bellia, il regista Luciano Accomando e la giornalista Paola Caridi. Per la sezione corti, invece dal coreografo Giuseppe Barsalona, dal docente e cinefilo Accursio Falco e dall’animatrice culturale Valeria Maggio. Un Melqart verrà assegnato anche alla pellicola vincitrice della sezione “Altre identità”. Si tratta di una sezione speciale del festival nella quale viene premiata la migliore opera tra quelle che affrontano il tema della disabilità e dell’inclusione. Una giuria ad hoc formata dalla docente, Daniela Campione, dalla sociologa Daniela Guarascio, dal montatore Ettore Scola, dalla fotografa Maria Rita Caracappa e dalla presidente di Avulss, Maricetta Venezia sceglierà il film vincitore. Ieri sera, Isabella Ragonese, madrina di questa undicesima edizione, ha ricevuto un Melqart. L’attrice palermitana ha partecipato alle scorse giornate del festival presentando tre film rappresentativi della sua carriera inseriti in una rassegna in suo omaggio che si chiuderà stasera con la proiezione alle 22,30, nella sala Degli Archi, del film “Il padre d’Italia” di Fabio Mollo. Non mancheranno anche in questa serata conclusiva l’offerta di film da vedere. Tra i documentari fuori concorso, “Sea Sorrow” di Vanessa Redgrave, alle 20,30, nella sala Dell’Albero. Alle 22, nella sala Dei Palchi, la proiezione di “La ragazza dei tulipani” di Justin Chadwik. E tra gli Eventi Extra, assolutamente da non perdere, in occasione dei 70° anniversario dalla sua uscita, lo Sciacca Film Fest rende omaggio a “Il Nome della Legge” di Pietro Germi. La proiezione, alle 19,30, nella salA Dei Palchi, sarà preceduta da un momento introduttivo al film a cura di Gianmarco Aulino e Luciano Accomando. Alle 20, nella sala Dell’Albero, la proiezione di “Chi ha paura di Giuliano?” di Valentina Gebbia e Nunzio Giangrande, mentre alle 20,30, nella sala Degli Archi, “Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio. (Nella foto, uno scatto del film “Il nome della legge” di Pietro Germi, girato a Sciacca).   

Commenti. La frana, il viadotto e La Torre (Pio): storia di un territorio compromesso. Di Paolo GL Ferrara

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Commento dell’arch. Paolo GL Ferrara <<Ho l’impressione che il Comune di Agrigento sia Comune di quelle tali comunità del Far West in cui le questioni della giustizia potevano essere risolte soltanto perché, ad un certo momento “arrivano i nostri”, con mezzi diversi da quelli legali, diversi da quelli della corretta amministrazione. Ma questo poteva accadere nel Far West, non può accadere nella Repubblica Italiana, dove esistono tradizioni diverse>>. Era il 2 settembre del 1966 quando un deputato all’ARS, nel corso del suo intervento in Assemblea, pronunciò questa frase. La famosa frana di Agrigento era avvenuta circa cinquanta giorni prima, verificatasi in una città che -sin dal 1945- era inclusa nell’elenco degli abitati soggetti a questo tipo di evento naturale (Decreto Cattani-Togliatti). Agrigento dunque, di cui si torna a discutere oggi riguardo il viadotto Akragas 1, più noto come “viadotto Morandi”. Per l’appunto, Morandi: dopo il fattaccio di Genova, pronunciare “Morandi” ha quasi lo stesso effetto di quando, diciassette anni fa, si esclamava “antrace!” Era sinonimo di assoluto pericolo, tant’è che la psicosi creatasi arrivò a portare gli statunitensi (e qualche europeo…) a prendere la posta con i guanti e aprirla con la mascherina bocca/naso. Psicosi di cui, come ha dichiarato il presidente Avenia dell’Ordine degli Ingegneri di Agrigento, Morandi non ha alcuna responsabilità riguardo al degrado del viadotto Akragas 1, così come non ne ha per il crollo a Genova. Ciò che vorrei porre quale tema di riflessione non è, però, quello della conservazione o demolizione del viadotto. Invero, credo sia più pregnante capire le cause della criticità del ponte, non ponendo, però, l’attenzione dalla sua solidità strutturale bensì su un altro aspetto, quello della maldestra gestione urbanistico/politica nella storia di Agrigento. Per farlo, niente di meglio che prendere quale riferimento proprio il sopra citato estratto del discorso all’ARS. Come detto, il viadotto è parte integrante del deprecabile assetto urbanistico di Agrigento, le cui origini hanno le loro fondamenta nella disgraziata e clientelare gestione politica attuata dalla DC sin dal secondo dopoguerra, e certamente sino agli anni in cui ha dominato la scena siciliana. Un altro passo estratto dal citato discorso all’ARS può essere indicativo: “<<Io mi permetto di consigliare a tutti i colleghi di rileggere, se hanno tempo, gli atti parlamentari di quelle sedute (ndr: il parlamentare si riferisce a quelle riguardanti i rapporti mafia-politica emersi già nel 1963). Oggi c’è la dimostrazione di come la Democrazia cristiana riuscì a fare svanire in una bolla di sapore tutta la fatica compiuta per assestare un colpo al sistema di potere basato sul clientelismo mafioso, sulla violazione delle leggi e dei regolamenti, sull’affarismo e sull’arricchimento personale>>. Sarebbe interessante che tutti noi rileggessimo quegli atti parlamentari, ciò perché noi tutti abbiamo pagato, e paghiamo ancora oggi, in un modo o nell’altro, gli effetti della compromissione mafia-politica. Il viadotto Akragas 1 è figlio di questa compromissione. Vediamo perché. La Commissione Grappelli, preposta a verificare le cause della frana del 1966, pose assoluto vincolo d’inedificabilità proprio nella zona in cui insiste il viadotto, costruito a partire dal 1970. La relazione dell’indagine tecnico-geologica era chiara sulla situazione di pericolo. A sei anni di distanza, un articolo del Corriere della Sera del 15 dicembre 1972, la richiamava in proprio merito alla costruzione del viadotto: “Villaseta risulta ai limiti di una zona che presenta vistosi aspetti di dissesto geologico ed idrogeologico, che possono essere fortemente esaltati da interventi edilizi o infrastrutturali. Pertanto, in essa non dovrà essere consentita alcuna nuova costruzione o ricostruzione”. Al momento della pubblicazione dell’articolo, proprio nell’ambito di quel sito, il viadotto era in costruzione, e ciò nonostante l’attuazione del Decreto Gui-Mancini (1968), preposto alla tutela della zona archeologica di Agrigento. Si tenga presente che lo stesso decreto vietava, tassativamente, ai proprietari di modificare i tipi e le forme di colture, nonché di usare, per la lavorazione dei terreni, mezzi meccanici senza l’autorizzazione della Soprintendenza. Insomma, ai proprietari/contadini dei terreni su cui insisteva il viadotto era vietato piantare una cipolla. Nel mentre, sopra essi …sorgeva il viadotto, i cui piloni poggiavano su fondazioni scavate direttamente nella necropoli, con l’archeologo Ernesto De Miro che, dalle sedi scavate per il loro alloggiamento, recuperava reperti di grande rilievo. In sintesi: vietato scavare per pochi centimetri così da potere coltivare; viceversa, licenza di scavare per metri per potere alloggiare le fondazioni dell’infrastruttura. Come mai? Credo che ci sia poco da commentare se non che, proprio perché si pone in spregio del rispetto paesaggistico, il viadotto Morandi non può essere considerato un’opera d’arte, così come l’ha invece definita il presidente degli Ingegneri di Agrigento. Né potrebbe bastare che lo fosse ingegneristicamente; personalmente, conoscendo le sue opere, penso che quella di Agrigento non sia tra le migliori, neanche dal punto di vista del “genio strutturale”. Le opere costruite, a prescindere che siano edifici o infrastrutture, entrano in rapporto con il paesaggio, creando paesaggistica. Qui sta il punto: possiamo avere un meraviglioso paesaggio che, inserendovi costruito di mediocre livello, si trasforma in deprecabile paesaggistica; viceversa, lo stesso meraviglioso paesaggio può essere valorizzato dal costruito di qualità, trasformandosi in ottima paesaggistica. Il viadotto progettato da Morandi ha fatto di peggio: ha reso una già pessima paesaggistica (la muraglia di palazzi ai piedi della città ne aveva già sconquassato il rapporto con i templi) in paesaggistica deleteria (follia inserirlo nella necropoli). La frana del ’66 e il viadotto Akragas 1 sono legati a filo doppio. Vero è, infatti, che esso nasce ai margini di quell’agglomerato di Villaseta, edificato proprio per ospitare i senza tetto della frana. Ecco un altro tassello che non combacia: dopo il terremoto del Belìce, anche Agrigento, prima esclusa dall’elenco delle città in zona sismica, allegato alla Legge 1684 del 1962 riguardante i provvedimenti in merito alla costruzione in essa, fu inserita tra le zone a rischio terremoto. A dirla così, sarebbe lecito credere che tutta la zona comprendente il territorio di Agrigento fosse stata dichiarata antisismica, soprattutto se si considera che lo furono tutti i territori confinanti con il suo (Porto Empedocle, Aragona, Raffadali, etc.). Invece no. Immaginiamo un puzzle praticamente completato a cui, però, quasi nel suo centro, mancano poche tessere. Bene, le prescrizioni quale “zona sismica” di tutto il territorio di Agrigento (il puzzle) ne escludevano una minima parte (tessere mancanti), corrispondente all’area su cui sarebbe sorto il Villaggio di Villaseta, destinato agli sfollati della frana. Assurdo? No, semplicemente mafia + politica. So bene che si rischia di essere tacciati di dietrologia, ma è comunque indubbio che la storia della moderna Agrigento sia un compendio (negativo) del malaffare edilizio. E il viadotto Akragas 1 ne è solo l’elemento fisicamente più evidente. Demolirlo? Manutenerlo? Se ne parlerà per anni e anni. Piuttosto che dibattere sulla sua demolizione o manutenzione, tutti noi dovremmo meditare sul perché esso nacque lì, e in quel modo, ergendosi esso a simbolo assoluto di ciò che significa vivere nella morsa politica/mafia. Dovremmo riflettere su quanto potere diamo a chi eleggiamo. Dovremmo riflettere sul fatto che chi è eletto non ha diritto ad avere alcun potere ma ha il solo dovere di rappresentarci al meglio, facendo il proprio meglio. Demolirlo? Manutenerlo? Se ne parlerà per anni e anni. Nel frattempo, consiglio, a me stesso e a chi lo vorrà, di rileggere gli atti dell’ARS che riportano i dibattimenti, le interrogazioni, le mozioni di tutti quegli uomini che per l’autonomia della Sicilia hanno lottato per davvero. Come fece Pio La Torre, autore dell’intervento del 2 settembre 1966, da cui qui sono stati tratti alcuni passaggi. Ne riporto un ultimo, che dell’intervento fu l’incipit, in cui erano (e, purtroppo, sono) evidenziate le contraddizioni della nostra Sicilia: <<Signor Presidente, onorevoli colleghi, la frana di Agrigento ha posto la Sicilia ancora una volta all’ordine del giorno della Nazione. Si torna a parlare di questa nostra terra e del modo in cui viene governata. La Camera si è riunita in seduta straordinaria, il 4 agosto, ma non già per prendere provvedimenti straordinari per lo sviluppo economico dell’Isola, per l’attuazione del suo Statuto, per risolvere i problemi dell’Alta Corte, per porre fine all’emorragia dell’emigrazione, fronteggiare la disoccupazione. <<Siamo all’ordine del giorno del Paese per un fatto senza precedenti: un quarto della città di Agrigento è crollato. Ottomila cittadini, da un giorno all’altro senza casa, hanno perduto tutto: gli artigiani le loro botteghe, i commercianti i loro negozi, gli operai il loro lavoro. L’opinione pubblica – sgomenta – si è chiesta come ciò sia stato possibile. A questo angoscioso interrogativo si è tentato di rispondere invocando il fato, il destino e le calamità naturali che l’uomo non riesce a volte a dominare.>> Il “fato” e il “destino” delle urne elettorali, da cui, spesso in Sicilia, hanno avuto origine le calamità artificiali, causate da chi ci ha governato.        

Non solo il viadotto Morandi: gli architetti agrigentini denunciano gravi criticità anche sui centri storici

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Nel corso dell’audizione, che si è svolta alla Commissione Territorio e Ambiente dell’Assemblea Regionale Siciliana, presieduta dall’agrigentina Giusy Savarino, il presidente dell’Ordine degli Architetti di Agrigento, ha consegnato il documento sulle infrastrutture, centri storici e fasce costiere della nostra provincia presentato al Congresso nazionale degli Architetti e discusso in seno all’Osservatorio provinciale sui centri storici. “Abbiamo ribadito, alla presenza anche dell’Assessore Regionale delle Infrastrutture, che la provincia di Agrigento è al collasso sotto il profilo infrastrutturale e, in tal senso, abbiamo chiesto il piano organico degli investimenti sulle infrastrutture provinciali – afferma Alfonso Cimino – Siamo convinti che soltanto con il coinvolgimento del comparto politico e una adeguata programmazione, si possano superare le criticità che in questo momento attanagliano i cittadini della provincia di Agrigento. Non è, infatti, possibile parlare del rilancio del nostro territorio e delle nostre città con annessi i centri storici in assenza di un sistema infrastrutturale di tipo carrabile e ferroviario che risponda alle esigenze di mobilità. Per questo, al termine della seduta, abbiamo consegnato il documento sui centri storici, le infrastrutture e le fasce costiere presentato a luglio scorso al Congresso nazionale degli Architetti e portato al vaglio dell’Osservatorio provinciale sui centri storici. Abbiamo, inoltre, ribadito la necessaria certezza dei pagamenti dei professionisti per il rilascio del titolo autorizzativo. In questo senso, abbiamo chiesto all’onorevole Giusy Savarino di far approvare in tempi brevi il testo contenente le modifiche al disegno di legge n. 1259 che modificava la legge regionale 16 del 10 agosto 2016. L’emendamento, oltre ad attenuare l’evasione fiscale, regolamenta una delle irrisolte questioni legate all’attività libero-professionale: la certezza dei pagamenti per il rilascio del titolo autorizzativo e di tutte le attività professionali che necessitano una presentazione e/o comunicazione, anche telematica, agli Uffici tecnici comunali, riconsegnando la doverosa dignità al lavor che giornalmente svolgono i liberi professionisti”.

Giornalismo. Dopo la perquisizione a Palazzolo il ministro Bonafede manda gli ispettori a Catania

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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha disposto l’invio degli ispettori presso la procura della Repubblica di Catania. Decisione scaturita dal provvedimento disposto dagli inquirenti relativo alla perquisizione disposta nell’abitazione del giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo, finito sotto indagine con l’accusa di rivelazione di notizie in seguito all’articolo con il quale, sei mesi fa, diede atto della chiusura dell’indagine sui poliziotti accusati di avere creato ad arte il pentito Vincenzo Scarantino.  Al collega Palazzolo (a cui va la solidarietà di Risoluto.it) la procura di Catania ha disposto la perquisizione dell’abitazione e il sequestro di un cellulare, di un tablet e di tre hard disk. La perquisizione è arrivata a sei mesi dall’articolo di marzo con il quale si raccontava la svolta nell’indagine sulla strage di via D’Amelio.

Lampedusa. Scooter finisce in mare: zia e nipote per fortuna illesi

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Erano in sella ad uno scooter quando all’improvviso, per cause in corso di accertamento, hanno perso il controllo del ciclomotore, scivolando in mare, in località Cala Pisana. L’episodio è accaduto nella scorsa serata, a Lampedusa, ad una donna 40 enne mentre era assieme al nipote 14 enne. In quel frangente, fortunatamente, stava transitando una pattuglia della locale Stazione Carabinieri. I due militari dell’Arma non hanno esitato un attimo. In particolare, uno dei due Carabinieri si è subito tuffato in acqua, soccorrendo a nuoto le due persone, riuscendo, anche con l’aiuto del padre del minore nel frattempo intervenuto, a portare a riva ed in salvo i due. Le operazioni di soccorso si sono concluse nel migliore dei modi, in quanto nessuno ha riportato ferite ma solo un brutto spavento per la donna ed il nipote.